gazaCapire le ragioni dell’eterno scontro tra Palestina e Israele, è di fatto impossibile. Immaginare una qualche forma di soluzione definitiva e rispettosa dei diritti dei due popoli, è fuori da ogni capacità umana. I fattori alla base di quel tragico destino di due popoli, sono incalcolabili. Tanto più ci si addentra nella loro ricerca, tanti più se ne scoprono, e ognuno appare ugualmente giusto e falso: giusto se preso in sé, falso se rapportato alla enormità degli avvenimenti cui ha dato origine. Si è di fronte a fattori così numerosi, così diversi, così intrinsecamente aggrovigliati, così storicamente cristallizzati, che qualunque previsione di soluzione sarebbe vertiginosa presunzione. Intervengono in quella immensa tragedia credi religiosi, etnie differenti, sistemi politici antitetici, alleanze internazionali complesse, errori politici di somma gravità, risorse naturali appetite da contendenti e alleati, attese di vendette e perseveranza di odi, che annullano e rendono ipocrita ogni dichiarazione di pace.

La proclamazione dello Stato di Israele e l’origine del dramma palestinese

Tuttavia in tanto groviglio è lecito individuare nel conflitto due fattori dominanti: l’integralismo religioso mussulmano e l’esasperato nazionalismo ebraico. Fattori che gli eventi di un secolo di guerre e genocidi hanno profondamente modificato nelle idealità e forme di lotta, ma che trovano origine nella miope dichiarazione del 1917 di A.J. Balfour, ministro degli Esteri di S. M. Giorgio V, nonno di Elisabetta. In quella dichiarazione veniva affermato il favore di S. M. alla costituzione in Palestina di un focolaio nazionale per il popolo ebraico, fermo restando l’impegno e non pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche già esistenti o lo status politico goduto dagli ebrei in altri Paesi. In una regione occupata da 700 mila arabi e da appena 100 mila ebrei, quella dichiarazione fu la Sarajevo del conflitto arabo-israeliano. In una regione fluida e scossa da infinite tensioni si incuneava un dramma del mondo contemporaneo: il destino del popolo ebraico perseguitato da secoli e da millenni identificatosi nell’attesa messianica del ritorno alla Terra Promessa. Una speranza di redenzione che nel Secondo Dopoguerra apparve non più rinviata alla fine dei tempi, ma attuale e prossima. L’antisemitismo europeo infliggendo agli ebrei l’orrore dell’olocausto, aveva infatti caricato il movimento sionista di significati provvidenziali non contemplati dalla sua matrice laica. Una speranza e una atroce esperienza che indussero gli ebrei a esigere un proprio stato, anche attraverso l’uso delle armi. La distruzione dell’Hotel King David di Gerusalemme sede del comando britannico da parte di forze clandestine ebree fu la prima espressione di tale volontà, cui fece seguito la violenta reazione britannica con il celeberrimo blocco della motonave Exodus con ebrei scampati ai campi di concentramento e impediti di entrare in Palestina. Tali dolorosi eventi convinsero le Grandi Potenze e l’Onu alla proclamazione dello Stato di Israele (maggio 1948) con la spartizione della Palestina in due stati: uno ebraico e l’altro arabo, e Gerusalemme sottoposta a un regime di controllo internazionale. Una decisione scellerata come spesso accadrà nelle decisioni dell’inutile e onnivoro organismo delle Nazioni Unite. Fu quella decisione così mal concepita e ancor peggio realizzata a dare origine al dramma palestinese. Il dramma di un popolo in un territorio controllato da ebrei, egiziani e giordani, privo di proprie strutture produttive ma destinato a sopravvivere grazie a una apposita struttura di sostentamento creata dall’ONU. Ferita immensa che i palestinesi cercheranno di sanare con progressive organizzazioni paramilitari, come l’Organizzazione Liberazione Palestina, Olp, e al-Fatah (la vittoria) che nel 1965 si ritennero mature per una azione di liberazione della Palestina attraverso la lotta armata. Fu l’inizio di una escalation di azioni terroristiche il cui fallimento portò l’Olp con il consenso e l’aiuto militare dell’Egitto di Nasser, alla sciagurata Guerra del 1967, vinta da Moshe Dayan, in appena sei giorni. Una guerra cui non fece seguito alcuna pace ma che esacerbò lo spirito anti-sionista dell’Olp, la spinse a una maggiore attività militare di tipo terroristica con assalti improvvisi, attacchi più frequenti a postazioni israeliane, e a mettere in atto una nuova tattica: realizzare uno stato palestinese in uno degli stati limitrofi. Iniziò con la Giordania da dove però venne espulsa (1970) a opera del re Hussein. Tentò in Libano dove scatenò una guerra civile, registrando un nuovo fallimento. Dopo tali fallimentari tentativi l’Olp guidata da Yasser Arafat iniziò a pensare di sviluppare uno stato sovrano nella Striscia di Gaza, e dopo la guerra del Kippur tra Israele e l’Egitto, assunse una veste politica, ottenendo l‘importante riconoscimento di principale rappresentante del popolo palestinese. Ma il progressivo allontanamento dal confronto armato non fu confortato dal consenso maggioritario dei suoi membri. Nacquero così formazioni inferiori ma decise a continuare la lotta armata contro Israele. Fu uno di tali gruppi, quello capeggiato da Abu Nidal, a far uccidere in Francia tre palestinesi contrari alla lotta terroristica e a far assassinare nel 1976 Issam Sartawi, il leader dei moderati. La sollecitazione dell’Olp e di sue frange alla lotta ad ogni costo e con attentati vari e con il coinvolgimento di Stati limitrofi fu incessante e bandita come lotta religiosa dell’islam contro gli infedeli ebrei. Furono tale ottusa pervicacia e tale infausto inserimento di motivazioni religiose nel conflitto, a generare la guerra del 1982, la più spietata delle guerre tra fazioni opposte, la cui ferocia fu anche l’effetto della incapacità dei mediatori internazionali quali furono l’emissario di Reagan e il futuro presidente libanese, Bashir Gemayel.

Il massacro di Sabra e Shatila

In un groviglio di accordi non mantenuti, di controllori internazionali incapaci di controllare, dopo l’improvvido assassinio di Gemayel da parte dei siriani e di profughi palestinesi, Israele si trovò sola e accerchiata. Accerchiata da Libano e Siria e da campi di profughi palestinesi che non avevano accettato il ritorno in Palestina, anche se permesso dal primo ministro Begin. In due di questi campi, Sabra e Shatila, si concentrava il maggior numero di profughi palestinesi tra i quali anche coloro che erano stati responsabili dell’assassinio di Gemayel. Contro costoro e con il coordinamento del generale israeliano Ariel Sharon, i falangisti libanesi contrari a ospitare profughi palestinesi si scagliarono in una terribile carneficina che lasciò sul campo oltre 800 vittime. La strage dei campi di Sabra e Shatila lasciò il mondo inorridito e convinse Israele che occorreva porre termine allo stillicidio dell’Olp e ridurla alla impotenza. L’Olp del tetro Arafat, infido e inaffidabile, avido e spregiudicato personaggio, capace di attrarre simpatia e ottenere aiuti economici che divennero proprietà privata, era stata autorizzata a trasferire il suo quartier generale a Tunisi. E fu a Tunisi che nel 1985 un raid israeliano tentò di eliminarlo. Non vi riuscì perché Arafat grazie alle ingenti somme di cui si era appropriato, si era circondato da una fitta cerchia di spie, una delle quali riuscì a informarlo per tempo. Ma se Arafat si salvò, l’Olp fu resa impotente come attore politico e militare almeno nella forma che Arafat aveva voluto per essa. Dopo un ventennio di occupazione, di guerre non dichiarate, di miseria e situazione sociale intollerabile, i giovani palestinesi, nati e vissuti in tale clima, certi della vana speranza di poter avere un giorno uno stato proprio e indipendente, diedero vita alla prima rivolta simbolica, la rivolta delle pietre, più nota come Prima Intifada. Non riconoscendosi inoltre in nessuna delle organizzazioni precedenti, onnivore e fallimentari quali l’Olp, formarono nuovi gruppi quale Hamas (1987).

La costituzione di Hamas

Con la costituzione di Hamas, Movimento Islamico di Resistenza, le geopolitica interna alla Palestina subisce una metamorfosi fondamentale. Hamas si propone come organizzazione palestinese di carattere politico, paramilitare e secondo l’Unione europea, anche terrorista, che tuttavia supera i criteri delle organizzazioni precedenti. Si dota di uno Statuto in cui viene esplicitamente detto: Lo Statuto di Hamas si propone la cancellazione dello Stato di Israele e la sua sostituzione con uno Stato islamico palestinese e che non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel jihad; definisce un programma politico, partecipa alle elezioni politiche, in opposizione alla organizzazione rivale al-Fatḥ. Braccio operativo dei Fratelli Musulmani, nata per combattere lo Stato di Israele, durante la Seconda Intifada, nel periodo che va dal 2000 al 2005, Hamas effettua svariati attentati suicidi contro l’esercito israeliano e contro la popolazione civile dello Stato ebraico. Nel gennaio 2006 vince con una larga maggioranza le elezioni contro al-Fath il partito di Abu Mazen, esprimendo così per la prima volta come capo del governo palestinese il suo leader Isma’il Haniyeh. Non solo. Hamas combatte contro i militanti di al-Fath, i quali sbaragliati nella Battaglia di Gaza (del 2007) perdono il controllo completo dell’omonima Striscia. La ferocia dei combattimenti e le esplicite dichiarazioni di guerra ad oltranza contro Israele e contro ogni organizzazione palestinese che si fosse opposta a tale disegno, inducono nel giugno 2007 il Presidente dell’Associazione Nazionale della Palestina Abu Mazen a emettere un inutile decreto contro le milizie di Hamas definite fuorilegge. Nondimeno attualmente Ḥamās ha il controllo della Striscia di Gaza, mentre la zona cisgiordana è rimasta sotto il controllo di al-Fath e del Presidente Abu Mazen. Il quale a motivo della ferocia omicida di Hamas e della sua truce intransigenza religiosa, è di fatto divenuto l’interlocutore ufficiale dei paesi occidentali per quello che riguarda il popolo palestinese ed è stato ricevuto da papa Francesco, pur non essendo il suo governo espressione del risultato delle elezioni del gennaio 2006.

Chi combatte Israele?

Oggi chi combatte Israele non è il popolo palestinese ma solo quella parte che si riconosce nell’integralismo islamico di Hamas e ne approva lo Statuto che prevede la distruzione di Israele, come popolo, come culto, come storia, come espressione geografica. E’ vero che la sproporzione delle forze tra Hamas e Israele colpisce, intimidisce, favorisce la favola umanitaria. Israele è grande in confronto alla Striscia di Gaza, pur essendo un paese piccolo. E’ più ricco, più popoloso, più attrezzato militarmente e tecnologicamente. Paga e ha pagato un prezzo alto al terrorismo, pur se in confronto alle vittime di guerra palestinesi i suoi morti civili o in divisa, si contano sulle dita di due mani. Ma se solo si voglia di riflettere sulla realtà con onestà intellettuale e sensibilità storica, tutto cambia. Israele è un fazzoletto di terra accerchiato dall’inimicizia armata e dal terrorismo deliberato e statutario contro i civili: inimicizia per la terra contesa, ma anche per il culto, che l’islam non prevede possa sussistere in piena legittimazione fuori dai suoi confini e fuori dalla sua identità razziale.

Ma sono in pochi a voler guardare ai contorni della tragedia del popolo israeliano. Un popolo costretto a difendersi con le unghie e con i denti, costretto a uccidere per non essere ucciso, a infierire contro organizzazioni armate parastatali che fanno dei loro civili uno scudo umanitario permanente allo scopo di vincere la battaglia decisiva dell’opinione pubblica internazionale, a colpi di bambini e vecchi massacrati. Israele protegge la sua gente con i missili, mentre Hamas con la sua gente protegge i missili. E’ anche per questo che suonano ipocrite le perorazioni contro le barriere e contro i muri. E’ anche per questo che sono ingiuste le accuse contro il governo di Netanyahu. Gli Europei, affetti da nanismo etico e da impotenza politica, bravi solo a tutelare il valore commerciale delle materie prime di cui hanno bisogno, pubblicano ogni giorno un titolo in cui non si parla di vittime di guerra, non si ragiona sulle ragioni della guerra e sulle condizioni della pace, ma si parla di stragi, di massacro dei civili, di ecatombe dei bambini. E’ comodo. E danno manforte tutti quegli israeliani, quelli della reciproca fiducia e della generale benevolenza e della disponibilità universale alla pace, i quali si sottraggono al compito naturale di un cittadino: proteggere la propria comunità, aiutare chi lo fa in prima linea, capire che ci sono momenti in cui si discute e momenti in cui cessa ogni discussione. I resoconti dicono, anche quelli di organi di stampa ostili al governo israeliano, che nella Striscia non è consentito criticare la pretesa di Hamas di essere insieme il puntello di un governo che tratta e la base logistica di un esercito di terroristi che ambisce a mettere sotto minaccia la popolazione civile della comunità ebraica vicina, perché tuttora non ne riconosce la legittimità e il diritto a esistere. La voce della buona coscienza non giunge al di là della barriera difensiva, al di là del santo muro che protegge le vite degli ebrei e di quanti vivono entro i confini della democrazia israeliana. In Europa, a parte le dichiarazioni solenni e le definizioni di Hamas come gruppo terroristico, non esistono boicottaggi della sua classe dirigente criminale. C’è solo l’infinita e comprensibile compassione per le popolazioni del formicaio colpite dalle durezze di guerra, ma senza mai specificare di chi siano le responsabilità strategiche di un tale massacro.

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