ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA
Prologo in cielo
dal Mefistofele

Il tema di Faust saggio e scienziato alla ricerca della Verità, non sarà mai esaurito, perché il suo esaurimento significherebbe la scomparsa tra gli uomini di quella misteriosa e ineludibile ansia del Vero dalla quale il tema emana: il Vero, il Logos dell’inizio del Vangelo secondo Giovanni, su cui Faust riflette all’inizio del poema di Goethe. Poema sommo che vede raccolti in un’immensa unità tutti gli elementi universali dell’arte.

La trasposizione in musica di così tanta e alta poesia, era impresa ardua e di fatto impossibile, impossibile essendo ripercorrere fedelmente in un’opera lirica lo stesso lungo cammino percorso da Faust. Si accinse Arrigo Boito giovane esordiente musicista di ventisei anni, pregno dell’intellettualismo scapigliato della capitale lombarda e dei nuovi ideali estetici proclamati nella sua attività di critico musicale e di poeta, in polemica contrapposizione con l’impalcatura armonica dell’opera di Verdi. E dopo revisioni sostanziali della prima fallimentare edizione, caparbiamente ci riprovò con la versione attuale del Mefistofele, l’opera, a detta di Montanelli, più applaudita e più fischiata di tutti i tempi. L’opera nella quale Boito attraverso ogni gesto e pensiero del Maligno esprime il nichilismo, l’incarnazione del No eterno al Vero, al Bello e al Buono, in contrasto con i cori celesti che inneggiano al Signore.
Il luminoso ‘Prologo in cielo’ eseguito all’Auditorium di Santa Cecilia apre l’opera. Dopo il preludio, echeggiano con ampi squarci sinfonici i cori mistici della prima falange celeste che inneggiano al signore <Ave signor degli angeli e dei santi>. Irridendo il potere dell’Eterno compare Mefistofele, anima laica di tutta l’opera che nel pungente recitativo <Ave signor, perdona se il mio gergo>, diabolicamente dissolve i fumi degli incensi, frantuma la dolce cantilena delle falangi celesti, raccoglie la possanza delle fanfare che al levar del sipario squarciano la «Nebulosa», e sfida il Creatore con la scommessa di riuscire ad adescare Faust, <il più bizzarro pazzo ch’io mi conosca, …..cui nulla scienza al cupo suo delirio è confine>. L’orchestra rincorre la sua voce, gli archi ora staccano con brillantezza, ora legano, gli strumentini mimano i ‘concetti’ del suo pomposo eloquio, il preannuncio del ricorrente fischio finale viene dato dal flauto cui risponde grottescamente il fagotto. Mefistofele perfettamente a suo agio nella forma, declama con fierezza sopra la melodia degli archi gravi, sollecita poi i trilli di flauto e violino con la sprezzante immagine del «grillo saltellante» che «a caso spinge fra gli astri il naso». Torna al fulgore della voce quando i violoncelli e i bassi ripigliano il canto, in attesa che Dio parli per il tramite del Chorus Mysticus interno e dia il proprio assenso alla scommessa con il solenne “E SIA”. Mefistofele esprime la certezza della sua vittoria. L’Intermezzo drammatico che descrive il colloquio di Dio con Mefistofele, possiede squarci vivissimi, come la rappresentazione del «cupo delirio» che agita Faust, descritto in attimi che onorano ogni sfumatura della parola e del canto del Maligno. Il quale prima che i Cherubini attacchino lo Scherzo vocale, <fratelli,>annoiato e rabbrividito dal pio inno con ribrezzo esclama: <È lo sciame legger degli angioletti; – Come dell’api n’ho ribrezzo e noia> ed esce accompagnato dalla chiara irrisione del fagotto.
Perfettamente tagliato per tale ruolo mefistofelico è il basso uruguayano Erwin Schrott. Giovane allievo di una scuola senza incertezze e senza tramonti, dotato di una voce di una estensione amplissima, inconfondibile e dal bellissimo timbro possiede agilità e morbidezze sorprendenti, con cui riesce ad apportare l’impronta caratteristica della sua imperiosa personalità. Nei brevi inserti del Prologo si esalta e a profusione fa dono agli spettatori del suo “demoniaco” carisma e della sua eccelsa carica drammatica. Indugiarsi nella ricerca di aggettivi laudativi per magnificare le doti di questa icona della scena lirica sarebbe ozioso per la fama universale che già lo circonda.
Con l’uscita di Mefistofele, ha inizio la solenne Salmodia Finale, nella quale i Cherubini, assieme alle penitenti, alle falangi celesti e a tutto il paradiso rendono lode al Signore in un vorticoso giuoco di sovrapposizione di ritmi diversi ma tutti accomunati da una squillante bellezza. Così sfarzosamente, nella tensione massima delle fanfare, dei cori angelici e dei penitenti, dell’orchestra intera il Prologo in cielo trasmette l’esultanza per la salvezza eterna di Faust grazie alla intercessione presso Dio di una penitente. E’ la vittoria sulle tentazioni del Maligno contro il nemico della luce, che aveva convogliate le fanfare infernali per sconfiggere l’Eterno.
La sontuosa orchestrazione di Antonio Pappano, che raccoglie e raccorda tutti e tutto in uno sciame musicale avvolgente, ha la potenza di un turbine inarrestabile di melodie che afferra gli spettatori e li trascina verso le sommità dell’Empireo, per farne assaporare una forma di beatitudine temporanea ma straordinariamente intensa.
Gli applausi scroscianti e lunghi non avevano altro senso che liberare gli animi irretiti dalla gioiosa angoscia di tanta beatitudine.
Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook