L’immaginifica vocazione della sinistra PD: invocare le riforme ma impedire di farle

bersaniAppare francamente troppo sbrigativa l’identificazione tra la ritrosia della sinistra Pd sul referendum e l’atteggiamento del “popolo” degli elettori di sinistra. Dove è scritto che sia una antifrase, una frase cioè che intende il contrario di quello che afferma, ciò che Renzi dice quando sostiene che “il popolo di sinistra”, elettori tradizionali del Pd, “sta con noi e ora si tratta di conquistare la destra”? Secondo alcuni non identificabili né quantizzabili il “popolo di sinistra” è tutto con D’Alema. Renzi lo sa e per vincere al referendum, si rassegna a sperare nella destra. Di qui il consiglio di qualche saggio: provi Renzi a riconquistare la sua sinistra e ritroverà, insieme in un abbraccio caldo e fecondo, D’Alema e il popolo. Magari sottoponendosi a una cosmesi di umiltà e accondiscendenza e facendo qualche concessione meno edulcorata del suo progetto riformista. Ma poi viene da chiedersi, chi dice che Renzi sia davvero leader solitario e senza popolo, il quale starebbe già tutto, invece, con D’Alema e Bersani, ex amanti scontrosi e delusi? Perché si è così perentori e apodittici sulla solitudine e la sconfitta di Renzi?

Il 4 dicembre milioni di italiani dovranno alzarsi e andare a depositare nelle urne la risposta a un quesito: volete fare le seguenti cinque riforme, oppure volete lasciare le cose come stanno? Sono un ottimista obnubilato se ritengo che, a un tale quesito, è più difficile che il “popolo risponda “No”? Consigliabile sarebbe la prudenza. Il Sì, continua a sembrare più ovvio e più “popolare del No. Davvero Renzi può essere catalogato nella galleria dei leader solitari, seducenti con patacche, senza programmi, senza idee plausibili, senza competenza di governo, differente dagli antieroi della Prima Repubblica, che durerà il tempo di qualche sbadiglio mattutino avviato com’è alla rapida dimenticanza? Secondo me no! È sottovalutata una particolarità del renzismo, pressoché unica nella storia della Repubblica, nella storia degli eroi e antieroi della politica: Renzi fa riforme e invita il popolo a decidere su di esse. A Renzi, spregiudicato e con tratti di insopportabile goliardia è riuscito un piccolo capolavoro che occorre riconoscere: concretizzare le riforme. Si tratta di una novità in quella storia di “riformismo senza riforme” che, secondo gli storici, è il tratto che caratterizza e mortifica la storia e l’esperienza della sinistra italiana. Anche di quella più recente. Si sottovaluta la percezione di massa di questa novità. Non può dirsi se basterà a vincere il referendum e poi le elezioni politiche, ma quella novità di un riformista che fa le riforme, c’è ed è grandiosa. Si sbaglierebbe a sottovalutarla.

E’ piuttosto la sinistra interna, l’amante scontrosa, che si è ritratta, si è sottratta alla sfida e ha rifiutato il pegno d’amore che era: proviamo a cambiare! A riformare. Sarebbe bastato che la minoranza del Pd avesse elaborato la sconfitta del 2013 e accettato la sfida del renzismo: fare riforme. Che lo avesse incalzato sulla coerenza e sul passo delle riforme. Che avesse denunciato, quando necessario, l’incedere incerto, spesso frammentario del governo: lentezze, incoerenze, resipiscenze. Forse a Renzi è mancato all’interno un cane di guardia riformista. Il compassionevole Bersani e il triste Letta ne hanno le carte. Vigilino il passo dunque, piuttosto che soffermarsi sulla aritmetica somma di rifiuti e dinieghi. Vigilino piuttosto che dare vita a correnti impalpabili se non nel clamore del rifiuto e dei No. Forse se avessero vigilato, se vigilassero, le riforme sarebbero più numerose e spedite. È legittimo credere che a ciascuno che si ritenga di sinistra, abbia avuto un sussulto di rabbia e sorpresa a fronte del passo indietro della minoranza interna su ogni argomento di riforma. Sul Jobs Act, la scuola, le opere pubbliche, le tasse, le politiche europee, le riforme costituzionali e la stessa legge elettorale. Una sinistra sempre, e per ragioni capziose, attestata a contrastare e fermare le riforme. A lasciare tutto nella forma stantia e stucchevole in cui ristagna, in nome, magari, del rivoluzionario “ben altro”. O in nome di quella parola, di quella chimera, di quell’illusionismo regressivo, che è stata la parola “sinistra” per D’Alema e soci. Loro dichiarano di opporsi alle riforme di Renzi in nome delle ragioni della “sinistra” conculcate da Renzi. Com’è possibile? Cos’è? Dov’è questa sinistra da ritrovare? Di quali parole è fatta? Che dizionario usa? Quali riforme sostiene? Dov’è un esempio di essa che vince nel mondo? E all’opposto: cosa ha di diverso la “sinistra” di Bersani e D’Alema, da un centrosinistra equilibrato, di governo, modernizzato e concludente, maggioritario per vocazione, che cerca sempre i voti anche a centro e a destra? Non era questo il progetto del Pd a vocazione maggioritaria, che nacque già con voti non di “sinistra”? Non era, forse, l’intenzione del Pd della “vecchia guardia” portare al centrosinistra quella sinistra che non aveva mai vinto le elezioni? Portarlo dal “riformismo senza riforme” al riformismo che governa e fa le riforme? E prendendo i voti dei moderati? Magari sperando di agevolare la transizione con una nuova legge elettorale più maggioritaria e qualche riforma costituzionale che agevolasse i riformisti nel fare le riforme?

L’ambizione costitutiva della sinistra che decise di non chiamarsi più comunista fu che il Pd dovesse poter vincere, non pareggiare. Per 30 anni si è inseguito l’obiettivo di passare dalla sinistra al centrosinistra. Per vincere come dice Renzi e non per pareggiare. E vincere non per dominare, come teme il pacifico Zagrebelsky, ma per governare e riformare. Democraticamente. Invece le “ragioni della sinistra” da riaffermare sono diventate, per D’Alema e soci, astratta evocazione, tratti oscuri quando si identificano con i massimalismi, l’antipolitica, gli estremismi e i populismi alla Casaleggio. O quando tali ragioni si associano ciecamente alla “paura delle riforme” e persino alla malinconica restaurazione del vecchio più decrepito: la riabilitazione del proporzionale, l’elogio del bicameralismo, l’orrore di un governo che decide, la nostalgia della saggia, immobile e traballante Prima Repubblica della Dc e del Pci.

L’errore imperdonabile della minoranza Pd è stato quello di non prendere sul serio la possibilità, finalmente, di fare le riforme che Renzi si accinge a fare. Renzi il quale non piace, non piacerà ma non è un clamante. Le riforme le fa. Dire “le blocco perché non sono di sinistra” dovrebbe far cadere le braccia a ogni uomo di sinistra di sano discernimento.

 

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook