La DODICESIMA NOTTE

di William Shakespeare

12 notteMai si sarà grati abbastanza alla direzione di un Teatro e alla sua Compagnia di Giovani che con afflato e dedizione immensi permettono a capolavori del genio creativo di non restare nell’oblio dei dizionari specialistici, ma di trasmettere ancora viva e intatta la potenza della loro inarrivabile bellezza. Che questo avvenga e avvenga nel pieno di un turbine finanziario e culturale testimonia inesorabilmente come nessuna società in nessun tempo possa vivere senza la magia trasfigurante del Teatro. Quanto segue vuole essere l’accoglimento totale e senza tentennamenti dell’invito fatto al proscenio da uno degli attori, di essere con loro solidali in questo momento di crisi per costruire porte molto larghe perché la frequentazione dei teatri non sia semplice accesso ma esperienza esistenziale indissolubile dalla esperienza stessa dello spirito.

Difficilmente altro autore e altro testo avrebbero potuto supportare tale nobilissimo invito, quanto Shakespeare e la sua Notte dell’Epifania. La dodicesima notte dopo Natale, nella quale il soprannaturale si fa manifesto. Notte fuori del tempo reale, notte magica che termina un periodo e ne inizia un altro. Notte di trasmutazioni, di rinnovamento, di rinascita, in cui ogni cosa può essere rovesciata e assumere il significato opposto. Questa notte è quella in cui l’albero con cui il naufrago Sebastian ha tenuto testa alle onde durante la tempesta e il naufragio, è l’albero del tempo che rovesciandosi come un guanto di capretto attraverso la conoscenza dell’opposto, si tramuta in un albero consapevole di sé e delle sue possibilità, strutturandosi armoniosamente e consolidandosi in una forma stabile, costruttiva e positiva in cui quello che è, è e quello che non e’, non è.
Tutta la storia parte dalla tempesta di mare che travolge la nave dove si trovano i gemelli Viola e Sebastian. Prima del naufragio esiste un mondo ancora tutto da comporre: il mondo in cui vivono Viola e Sebastian orfani di genitori, staccati dalla loro radice fisica ma uniti confusamente tra loro, viaggiatori per nave in mezzo alle acque dei loro sogni e delle loro astrazioni mentali. Ma il naufragio cambia il loro stato di pellegrini dell’Eden e sospinge Viola, sicura ormai di aver perduto il fratello, verso la terra di Illiria. “E che potrei farci io, in Illiria?” si chiede Viola quando si ritrova sulla riva del mare con i pochi marinai naufraghi. E’ la inconscia preveggenza che naufragare in Illiria e’ come entrare nel mondo della “follia”, dove tutto quello che non è, è, e quello che e’ non e’. Il suo travestimento in Cesario è l’assunzione di un falso ruolo come falsi sono i ruoli di tutti gli altri vari personaggi. Tutti gli abitanti della terra di Illiria hanno ruoli contrari a quelli dei loro nomi o delle loro qualifiche. Orsino, duca di quella terra, si fa condurre per il naso da Viola, mentre è pazzo per un amore non ricambiato; Olivia, cui il folle Feste dimostra col ragionamento di essere pazza: “… E c’e’ più pazza cosa che piangere per uno che e’ in paradiso, signora? “ si innamora di una donna credendola uomo; sir Tobia, che vuole vivere da ubriacone in una casa dabbene e sposa la serva di Olivia sua cugina; sir Andrew vigliacco ed insulso corteggia qualcuno che nemmeno lo vede; Maria piccante e astuta; Malvolio personaggio desideroso d’amore ma vanitoso, presuntuoso e mal voluto da tutti diventa oggetto della beffa e, turlupinato, finisce nel limbo sottile che separa la logica dalla demenza; il prete, che a Malvolio dovrebbe recare conforto non e’ che Feste che si finge tale per accrescerne il disagio e la beffa; Fabian, che da contadino dovrebbe coltivare la terra, si occupa invece della lotta degli orsi. Tutti abitano due “luoghi”, due mondi in opposizione e contrasto: la corte di Orsino, maschile, che dovrebbe essere mentale e che invece è sentimentale e la corte di Olivia, femminile, che dovrebbe essere sentimentale e che invece la presenza del folle Feste rende razionale. Due mondi generati dal naufragio dell’equilibrio che teneva assieme i due gemelli. Due mondi ora tenuti assieme dalle due supreme forze complementari misteriosamente operanti sul mare delle coscienze. Sono le forze che rendono possibile l’essere e il non essere, l’uomo e la donna, la gioia spensierata e il dolore cupo, la razionalità e la pazzia, il suono e il silenzio, in una trasmigrazione continua dall’uno all’altro stato, nell’eterno fluire del tempo della infanzia, della giovinezza, della vecchiaia, fino alla morte, ultima scena della vicenda umana. Eterno fluire del tempo che la sottile saggezza di Feste esemplifica nel canto d’addio con l’incessante scrosciare della pioggia: “…E pioveva, pioveva ogni giorno…” .

La regia di Nicazio Anzelmo nell’uso di uno schermo luminoso e cangiante nei colori, sancisce la natura mascherata dei personaggi quasi ad affermare che essi altro non sono che ombre proiettate dalla luce della coscienza sullo schermo mentale; altro non sono che illusioni, traiettorie di un punto, eco di qualcosa che non è, e che per essere è costretto a tradirsi e apparire per quello che non è.

Degli straordinari “assolo” musicali della chitarra, del contrabbasso e di una voce solista, creano una atmosfera magica in cui lo spettatore è come avvolto e, mirabilmente irretito, portato alle vette dell’arte somma della interpretazione.
Uno spettacolo affascinante, nel quale spicca la giovane Selene Gandini -Feste-, tanto più ammirabile quanto più si mediti sulla giovinezza della Compagnia che lo fa vivere. Nella quale tutti seppure con intensità diversa rendono testimonianza alla eredità imperitura lasciata dal sommo magistero interpretativo della indimenticabile Ileana.
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