Vestire gli ignudi


di Luigi Pirandello

Struggente e ispirata interpretazione di Vanessa Gravina

gravinaTutto il teatro di Pirandello si snoda lungo i paradigmi irrisolti dei rapporti tra realtà e finzione teatrale, personaggi e autore, verità e follia, soggettività e oggettività, sostanza e apparenza. In Vestire gli ignudi tali paradigmi si arricchiscono di un altro epigono: l’essere, il voler essere, il non essere. Paradigmi che lungi dal solo prestarsi a soggetto di un evento teatrale appartengono e coinvolgono in una compromissione totale l’essere umano e il suo evolversi. Coerente con tale visione il regista Walter Mafré nella edizione di Vestire gli ignudi in scena al Teatro Italia, annulla ogni sipario quale diaframma divisorio tra realtà e finzione, trasforma la platea in una sorta di entrata in palcoscenico, attraversando la quale la protagonista Ersilia Drei (Vanessa Gravina), raccolto i brandelli di umanità diffusa nella platea se ne fa carico e sale sul palcoscenico a darne vita e ispirazione poetica.

Tutto l’addobbo della scena, privo di fonti di luce naturale, di poche suppellettili immersi in uno spazio angusto tra cui primeggia un vecchio proiettore di film, strumento fruibile di recupero della memoria e del passato, anticipa la tragica solitudine della protagonista nelle ineludibili scelte del suo vivere e del suo morire.
Capovolgendo schemi tradizionali nei quali gli eventi si susseguono in una rigorosa successione fino alla loro conclusione, la commedia ha inizio quando i fatti di cui si sostanzia la trama sono già avvenuti. Fatti di tale ricchezza e di tale attualità da essere oggetto di un rotocalco e tali da ispirare un romanziere. Il dramma ha inizio: il romanziere Ludovico Nota (il pacato e sottile Luigi Diberti) ha una visione dell’opera che si appresta a scrivere che contrasta se non con i fatti accaduti con la spiritualità e la dolente sensibilità con cui la protagonista Ersilia li ha vissuti. La concitazione del dialogo tra Ersilia e il romanziere raggiunge vertici rari di verità nell’arte interpretativa. Ersilia coglie nella forma del romanzo che lo scrittore vuole dare alla sua storia una forma ulteriore di violenza, ancora più sottile e perfida di quelle già subite, e con dolente fierezza risponde. E volendo non soggiacere, ritorna con la memoria a descrivere la sua storia, una storia di un’anima sofferente, umiliata, incolpevole eppure assalita da rimorsi. Una storia per il cui racconto non hanno alcun senso né la collocazione geografica né quella temporale cui la vuole costringere il romanziere, perché la sua è una verità non legata né al tempo né allo spazio. Nella enunciazione di tale verità la intima, sussurrata ma ferma espressione della Gravina si eleva alla dignità del diritto insopprimibile di ciascuno alla rivendicazione e difesa della propria storia contro la amorale manipolazione violenta e falsa di giornalisti e romanzieri.
Quanta verità e attualità in tale difesa strenua e sofferta!
La sua è la storia di una notte di amore con il console italiano a Smirne della cui figlia, Ersilia è istitutrice. Una notte subita per la violenza del console e vissuta sull’orlo della disperazione, la quale si conclude tragicamente con la morte della bimba del console. La piccola è affidata alle cure di Ersilia ma avendole perse in quella notte per l’improvvisa scoperta dell’incontro adultero da parte della madre, precipita dalla terrazza e muore. Scacciata, da Smirne torna a Roma dove apprende che il tenente di cui era innamorata sta per sposare un’altra. Spossata, delusa, senza soldi, quasi per accentuare il ribrezzo che ha di se stessa, si concede al primo passante e quindi tenta il suicidio avvelenandosi. Ma trasportata in ospedale si salva. Tornata alla vita e intervistata da un giornalista vuole lasciare di sé un ricordo meno disonorevole della realtà da lei vissuta e racconta una sua verità degli eventi: di essersi avvelenata perché abbandonata dal fidanzato. La sua storia finisce su un giornale suscitando commozione e partecipazione del pubblico alla sua tragedia. Ma ne è smentita dal console, che vorrebbe riaverla come amante e dal giornalista che avendola scoperta amante del console l’accusa di prostituzione e di omicidio colposo. Il dramma di Ersilia è il dramma di chi sentendosi priva di affetti, di comprensione e di perdono, sentendosi nuda, e di per se stessa giudicandosi insignificante, si riveste dei panni, che gli altri gli fanno indossare seppure ipocriti e laceri. Nella progressiva percezione del dramma che incombe su Ersilia, creatura fragile e dolente, Vanessa Gravina raggiunge una verità interpretativa lacerante e struggente fino alla allucinazione, vittima impotente di accerchiamenti, ipocrisie e seduzioni accomunate da una animalità mal celata e mai confessata da rispettabili diplomatici o scrittori. Una animalità sordida che diffonde inesorabile il senso torbido della abiezione. C’è nella sua ultima spiegazione di non aver potuto avere una propria identità, una propria anima, un proprio vestito, la esplorazione lucida e tragica degli abissi vertiginosi e bestiali dell’anima abietta, a fronte dei quali non v’è arretramento possibile ma soltanto la resa e la Morte. E prendendo per mano il fantasma candido e intatto della bimba morta, unica verità irrefutabile, scende dal palcoscenico verso la platea cui consegna per sempre la sua obliqua verità.
La verità che ciascuno vive diversamente da quella che trasmette.

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