B.Pur con tutti i suoi difetti politici e umani Berlusconi era ed è tuttora, un faro di luce. Era ed è tuttora una persona magnifica e divertente. Era ed è tuttora un uomo pieno di paure e di ombre, ma dotato di una forza travolgente e di un coraggio contagioso. In due decenni l’Italia è stata completamente travolta. Lui, no. Lui è rimasto in piedi e ha proseguito la sua parabola fino a questo suo meraviglioso 80-esimo compleanno. Dicono che non è riuscito a realizzare la rivoluzione liberale.  Ma chi? Chi, è mai riuscito a realizzare una rivoluzione in Italia? In Italia nel giro di un ventennio si possono irreggimentare le masse solo se si hanno gli stivali e si esercita la violenza. Ma anche di tale irreggimentazione, che farne se si sbaglia l’entrata in guerra e poi si è appesi a testa in giù? Cambiare l’Italia sarebbe difficile e sarebbe inutile. Eppure l’Italia B. l’ha cambiata, in modo profondo e irreversibile. L’ha cambiata nella politica, nei costumi, nello sport. L’ha divisa a metà come a metà ha diviso la storia politica del secondo Dopoguerra. I magistrati fecero molto per cancellare l’Italia del Dopoguerra. Misero in galera i partiti come complesso politico, come sistema. Dipiù non potevano. Miserabili calcoli prevedevano la sopravvivenza del PDS, disabile figlioccio del PCI, principale partito di sinistra e quella di alcune frange della classe dirigente. B. invece stravolse tutto. Lo fece in modo semplice e istintuale con quel celebre messaggio del gennaio del 1994, col quale si gettò tra le braccia del “paese che amo”, e lo rapì, grazie anche a un incipit da antologia:

“L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà”.

Annunciò le dimissioni dalle cariche operative nelle sue aziende, e definì il programma del nuovo movimento: “liberale in politica, liberista in economia”.

Dietro non aveva alcun simbolo ideologico. Il suo simbolo fu un cielo azzurro solcato da nuvole passeggere e il nome del suo partito fu Forza Italia, un’espressione di tifo calcistico, ma soprattutto un’esortazione patriottica e un grido di speranza. All’inizio c’era il problema di come proporsi alla pubblica opinione. Il suo transitare da presidente del Milan, da editore televisivo, a candidato alla direzione del governo aveva del temerario. E temerario fu. Denunciò il rischio che il paese finisse nelle mani dei comunisti e dei loro amici, “uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare”. Illustrò l’inattitudine della vecchia classe politica, implosa sotto il peso del debito pubblico e della corruzione, ma si astenne da ogni rilievo alla azione della magistratura. Si richiamò ai principi fondanti delle democrazie liberali occidentali, libertà, individuo, mercato, famiglia, e fece esplicito appello al mondo cattolico. Denunciò l’odio di classe ed esaltò la solidarietà, l’impegno sul lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita e per gli altri. Promise agli italiani “più sicurezza, più ordine e più efficienza”. Concluse invocando un grande sogno: “Quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più prospera e serena, più moderna ed efficiente, protagonista in Europa e nel mondo”. Scese in politica e cambiò tutto. Al partito sostituì una persona, cambiò il linguaggio politico liberandolo dal suo involucro di tutti i peggiori arcaismi. Scese e fu subito vittoria, favorito dal miserrimo stato in cui versava l’Italia. L’Italia, tornata a essere “di dolore ostello”, umiliata dalla codardia della politica, sottoposta alla riscrittura della storia costituzionale dei partiti a opera di una magistratura onnivora. Una Italia infangata dai tanti loschi patti di sindacato finanziari e industriali con cui venivano perseguiti scopi falsamente riferiti a “questioni morali”, resa impotente dalla scellerata onnipotenza dei sindacati che negli anni precedenti avevano dato poco e avuto tutto. Tutto, dallo Statuto dei Lavoratori a quella forma subdola di co-decisione e nei fatti un diritto di veto che fu la concertazione.

Ma la vera ambizione di B. fu quella di creare 1 milione di posti di lavoro e far rivivere un nuovo miracolo italiano, lavorando con il ritmo che sarà del suo erede. Il ritmo di una riforma al giorno. Ma alla fine, invece di fare quello che tutti si aspettavano, ovvero creare una grande classe dirigente liberale, lui, battendo i suoi antagonisti uno dopo l’altro, creò le condizioni perché a capo della sinistra arrivasse uno la cui unica vera piattaforma identitaria fosse ‘Berlusconi non lo voglio in galera, lo voglio in pensione’. Si chiamava Matteo Renzi. Il paradosso dei paradossi. Un giovane ambizioso, chiacchierone, testimone di una voluttà di cambiare ma capace di farsi da solo. Un giovane il quale con una visione politica non consona alla vecchia pigrizia statolatrica della sinistra italiana, consapevole dell’infelice connubio DC-PCI di cui il PD di Bersani e di Rosy Bindi era la manifestazione più corrosiva, aveva impostato una politica di rottamazione di tale connubio e presosi Firenze, era divenuto capo del Governo. Avere un governo presieduto da un uomo di Sinistra per fare una politica di Destra. Fu l’ultimo capolavoro di Berlusconi.

Ora B. si è inventato Stefano Parisi, s’inventerà forse altre novità. Ma ormai che importanza avrà il non aver più né voti né consenso, pensando che avrà comunque l’enorme trasporto, il caldo soffio nelle ali di un ventennio incredibile? Quante volte è stato evocato il suo happy ending? Tante, ma invano. Perché uno che sopravvive ai sorrisi di Sarkozy e della Merkel, uno che sopravvive alla campagna isterica nel nome del comune senso del pudore, e della più carognesca indagine mai concepita contro un uomo politico, pedinato, origliato, condannato, uno che sopravvive alle miserie di Valter Lavitola meglio dei suoi giornalisti inquisitori, uno che sopravvive a tanto fango, non può temere alcun ending. Ha l’immortalità assicurata.

Così la parabola politica di B. 80-enne, percorsa da vinto o da vincitore, sarà raccontata come sublime, seppure dolorosamente sublime.

 

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