L’ inutile tentativo di smuovere la palude del compromesso storico    

 

CraxiQuella di Bettino Craxi non fu una morte amabile, ma una morte amarissima, senza riscatto, profondamente disperata, una morte che generò esteso e profondo senso di colpa non solo nella masnada di ruffiani fattisi censori e liquidatori del suo onore politico. Perfino i suoi persecutori ebbero un momento di soprassalto, quei magistrati che ne fecero il capro espiatorio di quella Repubblica dei partiti che doveva scomparire a viva forza e nella vergogna.

15 anni fa nel gennaio del 2000, dall’aria desertica di Hammamet, spirò come vento gelido un sentimento ineluttabile di tragedia. Le cure mancate e la viltà politica che avevano consegnato alla latitanza e all’esilio quel socialista garibaldino dell’Ottocento diedero la misura della ferocia di una stagione italiana fertile di ingiustizia e di morbosa violenza politica. Il socialismo italiano si era dissolto con la caduta del suo ultimo capo. Io non ero stato e non ero socialista. Ma dalla fine prematura e in contumacia di Craxi fui coinvolto esistenzialmente.

La sua vita era stata amabile, sebbene chi lo conosceva nell’intimità racconti di un tipo che amava cantare, attardarsi nella notte, vivere negli anfratti del piacere lasciati liberi dalla intensità e varietà del suo lavoro. In lui si fondevano gioia di vivere con spirito ribaldo, propensione alla mediazione con la indisponibilità a quelle pigrizie che rendono noioso il carattere burocratico della lotta politica. Così la sua sortita a livello nazionale dopo il suo successo all’hotel Midas, creò allarme in un paese dalle ideologie blindate incendiando subito il vecchio pagliaio della consociazione partitocratica e determinando con un clima di quasi spregiudicatezza, soffi di libertà impensabili nei cupi primi anni Settanta.

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