brigate rosseGli anni ’70 portarono a compimento le follie distruttive che avevano animato gli ultimi anni ’60 con lo sciagurato ’68 e la violenta esplosione di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 con cui si chiuse quel tragico decennio.

Quegli anni furono il decennio lungo del «secolo breve», gli anni tenebrosi in cui si cercò di asservire le istituzioni alle ideologie, gli anni tenebrosi del terrorismo elevato a sistema di lotta continua tra fazioni opposte, gli anni delle culture perdenti. Nella ricerca affannosa di un equilibrio sociale che aperto ai movimenti internazionali fosse capace di dare risposte alle tante istanze emerse nel decennio precedente, ogni gruppuscolo della estrazione più disparata, sentì l’impulso e ritenne sua missione suggerire politiche risolutive, proporre ideologie, presentare iniziative vincenti. Ne nacque una folta schiera di pensatori, ognuno portatore di verità ritenute inoppugnabili, inserite ciascuna in schemi culturali tra loro in conflitto, deboli sul piano della elaborazione concettuale e rivelatesi infine perdenti. Perdenti in un paese eternamente attraversato da insanabili divisioni di cui né i partiti politici né la grande stampa capirono la portata dirompente. L’azionismo, quel tenebroso passaggio dalla teoria alla azione, il progressismo, l’infausto pensiero che “non è con l’arma della critica e della chiarificazione che si intacca il potere capitalistico”, il giustizialismo, ovvero quel tragico convincimento che solo una organizzazione politica paramilitare e clandestina avrebbe potuto aver ragione del potere imperialista che dominava nelle fabbriche, il movimento legalitario mirante al riconoscimento giuridico anche di gruppi dichiaratamente eversivi e antisistema, il pacifismo ideologico richiesto dalle Brigate Rosse, bande di assassini, quale patto scellerato di reciproco riconoscimento con lo Stato democratico e antifascista, la ossessiva e maniacale riconferma della centralità degli aspetti sociali incurante di ogni etica, di ogni sana pulsione mistica o religiosa, furono tutte culture che ebbero momenti di gloria e che coinvolsero giovani energie e sacrificarono giovani vite, ma che presto si esaurirono e si inabissarono senza influire né sui costumi né sulle leggi. Furono culture universalistiche indifferenziate, farneticanti, tutte allucinate dal convincimento ormai obsoleto che la sola levatrice della Storia è la rivoluzione. Culture che si rivolgevano all’individuo e non all’uomo, all’individuo collocato in una dimensione astratta e amorfa, individuo denso di diritti e povero di doveri, che pareva inseguire il sogno di un altro mondo possibile. E in tale peregrinare onirico tanti nuovi profeti della rigenerazione non si accorgevano che in vigore v’erano invece una temporalità concreta e una spazialità determinata dove il conflitto ideologico diventava una autentica azione contro la storia e contro il futuro. Culture ottuse che pretendevano di aggregare gli atomi separati di una società del consumo, invece di generare un ordinamento giuridico e normativo idoneo a tradurre in iniziative concrete di elevazione del bene e benessere comuni, le esistenti forze creative di uno spirito nazionale geniale.

Read more »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook