Il Mistero della tensione eroica verso la Verità

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Le difficoltà di mettere in scena e di interpretare correttamente quella luminosa meraviglia che è la Turandot, sono legate non solo alla impervia partitura dell’opera, ma alla necessità di dare secondo le intenzioni del librettista Simoni credibilità umana, seppure nella cornice di una fiaba, a un dramma dell’esistenza eterno e misterioso: la ricerca della Verità, intima, individuale, indefinita. È la forza che spinge ciascuno a tentare l’impossibile pur di poter scoprire il mistero racchiuso in sé. È la forza dirompente che spinge verso l’ardito tentativo di superare se stessi e indovinare impossibili enigmi. È la tragedia immanente dell’uomo che lascia i suoi affetti, le sue certezze, il suo mondo per inseguire la Verità, la divina bellezza, il sogno, la meraviglia come Turandot viene descritta dal Principe Ignoto, e per gli spiriti immortali, per quanti sono capaci di “sciogliere enigmi” è la legge dell’Essere. “Popolo di Pekino, la legge è questa”: chi “di sangue regio”, chi nobile di spirito e di intelligenza, intende avere come sposa Turandot, deve sciogliere degli enigmi. È la legge del destino che premia con il possesso della Verità chi non teme di affrontarla. Solo in pochi sono capaci di ignorare la saggezza popolare, sono capaci di non adagiarsi sulle consuetudini di un mondo senza avversità e senza sfide, di rinunciare agli affetti e all’amore domestico, di affidare ad altri le cure del vecchio padre, per dedicarsi a una sfida della quale l’alternativa alla sconfitta è la morte. Da tale assai probabile destino il popolo cerca di distogliere l’ardente Principe “Pazzo, la porta è questa della gran beccheria”, “Qui tutti i cimiteri sono occupati”. Si esprime così la coscienza del fallimento cosmico come vissuto dai poveri di spirito arresi di fronte all’ardire sovrumano di uno Ignoto che chiede soltanto di scoprire la Verità e il mistero di se stesso. Un Ignoto che non arretra di fronte al dolore del vecchio genitore che lo interroga “Figlio, che fai?” “Ti perdi?”, “Vuoi morire così?” e al quale con coraggiosa rassegnazione risponde: “Questa è la vita, padre!” “Vincere padre, gloriosamente nella sua bellezza!” Un Ignoto che rinuncia all’amore terreno di una fanciulla, e che al suo richiamo: “Signore, ascolta” risponde: “Nessuno più io ascolto, io vedo il suo fulgido volto! La vedo. Mi chiama! Essa è là.” La Verità. “Forza umana non c’è che mi trattenga. Io seguo la mia sorte”. Non è la Morte a scoraggiarlo, ma è la Vita dal fulgido volto, ad attrarlo. La Vita che è Verità dell’Essere maestosamente ma gelidamente e crudelmente simboleggiata da Turandot: “No la vita. Ogni fibra dell’anima ha una voce che grida:Turandot.” 

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