https://youtube.com/watch?v=miLV0o4AhE4varsavia

Nell’Ottobre 1944 aveva termine l’eroica rivolta di Varsavia. In memoria dei tanti che vi caddero affamati, assetati e traditi, mi pare atto di devozione richiamare alla memoria di quanti ne hanno raccolto solo frammenti di storia, i punti salienti di tale martirio.

Quando giunsi a Varsavia per la prima volta vi giungevo con un groppo in gola e una commozione inattesa assalito com’ero dai tanti ricordi nefasti che avevo appreso della tragica storia di quella città, martire durante la guerra della infame occupazione nazista e martire a guerra finita dell’atroce servaggio imposto dal comunismo. Mi commuoveva l’idea di poter finalmente visitare e rendere omaggio ai luoghi dove si era consumata tanta parte della ferocia umana. I resti nefasti di quelle due dittature si avvertivano da subito. Palazzi decrepiti, ancora con le ferite dei bombardamenti, portavano i segni di quella che un giorno era forse stata la loro sontuosa bellezza. Accanto a quei sepolcri di abitazioni si ergevano con una magniloquenza menzognera immensi caseggiati, testimoni di quella bugiarda ideologia comunista che aveva annientato la individualità e la personale capacità di ciascuno di creare e crescere, per essere fedele all’orrendo principio del tutto a tutti in nome di una sovranità dello Stato sul cittadino. Il triste paesaggio si modificava man mano che ci si addentrava nel centro della città. Piazze più ampie e ben curate, strade più ricche di negozi, alberghi con immense insegne luminose, facevano da corteo al nostro passaggio. Eppure in tanto sforzo di tornare a essere la città dello splendore descritta meravigliosamente dai dipinti di Jan Matejko, erano stati lasciati a memoria imperitura della tragedia vissuta gli immensi palazzi del periodo sovietico, vistose esibizioni di un potere ingordo e rapace. Errando per la città mi trovai di fronte alla Chiesa di Santa Croce una chiesa dalla facciata piccola ma arricchita da due superbi campanili. Appena entrato fui attirato dal canto di donna di una mestizia atroce ma dal palpito intenso. Una musica soggiogante nella sua struggente bellezza. Rimasi ad ascoltarla fino in fondo, fino a quando non venni a scoprire che si trattava della Preghiera Dolente (Sorrowful Songs) tratta dalla Sinfonia n.3 scritta nel 1976 da Henryk Gòrecki, un compositore polacco che aveva vissuto l’intera esperienza del ghetto e del martirio comunista. Nella sua eloquenza espressiva quella sinfonia riusciva a dare alla recente storia polacca un alone di eroica grandezza. Una grandezza non nella potenza degli imperi, ma una grandezza eroica nell’immensa tragedia che in modi e tempi differenti aveva colpito un popolo intero fino al suo annientamento. Di quella sinfonia scritta in memoria dell’Olocausto e delle vittime del comunismo, mi colpì il pianto affranto, singhiozzante della voce di una mamma che con struggente dolcezza si rivolgeva ad un’altra Mamma, implorando pietà per la povera nazione polacca. Uscii da quella chiesa dove tutte le risorse dello spirito erano state assorbite e raggiunsi lungo i viali delle Rimembranze il monumento agli Eroi della Rivolta di Varsavia Agosto-Ottobre 1944. Volti di giovani, di giovani donne con in braccio dei piccoli, volti di vecchi, parevano nel pieno del vigore insurrezionale, nel momento più alto della difesa non della vita ma della dignità. Poco distante c’erano ancora i binari originali dai quali partivano i treni per le deportazioni a Triblinka e ad Auschwitz. Un immenso carro in bronzo testimoniava il modo con cui quei poveri condannati venivano ammassati e deportati. Rimasi a riflettere. Riflessioni terribili al pensiero dei tanti e tanti ebrei scomparsi nei forni crematori, lasciati morire di fame e di stenti in capannoni fetidi, umiliati negli affetti, annientati come esseri umani, privati di ogni diritto anche di lacrime amiche. Mi chiedevo dove fosse stato lo Spirito di Dio in quei momenti, quale male avessero commesso tanti diseredati per meritare una sorte così atroce! Mi chiedevo cosa fosse stato quel popolo che si era elevato a giudice supremo della vita e della morte di un altro popolo!  Nella tormenta della memoria mi chiedevo come un intero popolo avesse potuto aderire con convinzione ed entusiasmo a una ideologia votata al sopruso e alla violenza e che avrebbe trascinato nel baratro l’Europa e il mondo. Così mi appariva sempre più chiara la vera natura del Terzo Reich: non l’ennesima incarnazione del male assoluto partorita dalle menti criminali di un folle e del suo manipolo di seguaci ma l’espressione della volontà di potenza di una comunità concreta e coesa di popolo che aveva evocato nella forma più acuta e funesta le potenzialità e i frutti dell’odio e della distruttività che albergavano in uno spirito di dominio e in una coscienza di superiorità. Quel parco delle Rimembranze a Varsavia, con i volti nobili e giovani scolpiti sulle stele del Monumento agli Eroi della Rivolta, mi apparve allora più che l’esaltazione di quegli Eroi, la denuncia alta e coraggiosa del volto inumano e nazista del popolo tedesco. Tuttavia Varsavia non era densa solo di memorie del periodo delle vergogne naziste. Aveva ancora i tantissimi segni di quello stupro della sovranità popolare che era stata l’alleanza con l’Unione Sovietica attraverso quell’abominevole, ributtante Patto grazie al quale fu concordata la non aggressione russo-tedesco del 1939. Read more »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook