TOSCA ALLA SCALA

7 dicembre 2019

La cotosca-alla-scala-2019mplessa ripresa di Tosca alla Scala ha finalmente illuminato l’immensa luce di un’opera assai spesso vituperata con cui Puccini inaugurò nel 1900 non solo il secolo XX, ma nuove forme espressive della musica operistica: non più al solo servizio dei cantanti, ma pannello cromatico con cui evocare azioni ed emozioni, ambienti e momenti del giorno e dello spirito. Si pensi al Preludio dell’Atto III, stupenda descrizione dell’alba su Roma, quando le campane di chiese, conventi e monasteri, convocano i fedeli alla preghiera e le greggi sono accompagnate al pascolo dalla voce di un pastorello. Si pensi alle torture inflitte a Cavaradossi nei sotterranei di Palazzo Farnese. Si pensi alla riflessione sublime di Tosca in Vissi d’arte…

Con questo coraggioso tentativo di inoltrarsi nella sperimentazione di soluzioni armoniche ardite, non prive di dissonanze ma donando alla musica il suo ruolo preminente, Puccini descrive una storia d’amore e di morte appassionante, accessibile e intensamente espressiva. I tanti mali, ma anche il tanto di bello, che animano lo spirito umano, che lo esaltano e lo affliggono, sono ripresi e descritti con una calligrafia musicale somma. E allora la violenza del potere, la lussuria, la gelosia, il coraggio nel non tradire, le dolci rimembranze, i sentimenti più intimi e religiosi emergono dalle profondità degli animi e diventano musica. Musica eloquente e riappacificante.

Non è facile trasformare tanta ricchezza di temi in uno spettacolo per un pubblico non composto da soli musicisti o musicologi. Ma alla Scala vi sono riusciti. E il merito va riconosciuto a tutti: direttore d’orchestra, costumisti, cantanti.

Riccardo Chailly ha consegnato la versione originale dell’Opera con frammenti finora sconosciuti, inaspettati ma meravigliosamente sorprendenti e una direzione d’orchestra superlativa.

Il regista Davide Livermore ha incantato il pubblico con una regia eloquente e “cinematografica” . Il quadro che Cavaradossi dipinge in Sant’Andrea, e che scatena la gelosia di Tosca, è in realtà un video che si colora e si scolora, gira per il palcoscenico, si alza e si abbassa. Il Te Deum dell’Atto I ha nei costumi degli oranti, nell’incedere della processione, nell’alto Crocifisso la maestosità delle solenni cerimonie papali. Di felice intuizione la separazione del palcoscenico in due piani: la processione e il Crocifisso su quello superiore, Scarpia che si era unito al canto del ringraziamento, intimamente lascivo e feroce, resta nel piano sottostante. Il finale, con Tosca sostituita in un meraviglioso gioco di luce da una controfigura che si sottrae alla cattura elevandosi, anziché gettarsi dall’alto di Castel Sant’Angelo.

I costumi di Gianluca Falaschi, che ha vestito Tosca di abiti pregni di simboli. Quello dell’Atto III impregnato di azzurro cielo alla scollatura digrada al rosso denso della gonna e poi al cupo sull’orlo: un giorno carico di promesse che si conclude tragicamente. E ancora il sontuoso mantello di seta con cui Tosca si svela celandosi davanti a Scarpia, oggetto nel contempo di seduzione e di nascondimento, quasi paradigma dell’intera storia del costume femminile. Non da ultimi i cantanti.

Anna Netrebko era Floria Tosca, fiera e nobile d’animo ma indotta dagli accadimenti del suo Mario alla disperazione tanto da uccidere e uccidersi nonostante la fede. Anna Netrebko canta con una vocalità dai colori lividi, constatazione dolente che pure una vita fervida di preghiere elevate con fede sincera ai sacri tabernacoli, non rende immuni dalle iniquità del Male, ma può generare sgomento e oscuri sensi di smarrimento. E allora la domanda Perché Signore, perché me ne rimuneri così? è l’invocazione di un soccorso nel naufragio della vita. In quel canto soffuso e tutto rivolto entro se stessa, nella meditazione della propria impotenza espressa col secondo implorante perché, si coglie l’ansia di una risposta che attesa da Tosca, è la risposta che ciascuno attende nel tumulto della propria esistenza. Raramente un canto così legato a un personaggio si eleva alla solennità della angosciosa interrogazione universale sul Mistero che ognuno racchiude in sé e che per strade occulte lo trasporta lungo i viali della propria destinazione ultima.

Luca Salsi era il Barone Scarpia, il tetro capo della polizia romana. Con voce possente, con un fraseggio che conferiva alla dizione il significato della parola drammatica, ha saputo dare verità alla complessa figura di Scarpia: un groviglio torbido di passioni morbose, di violenza, lascivia, sadismo, di crudeltà, eppure formalmente devoto e pieno di sacrale pietà religiosa. Devoto nella sua entrata in chiesa e nel mirabile canto del Te Deum, sadico nei tentativi di ghermire Tosca e farla sua, raggelante negli ultimi rantoli prima della morte. Un personaggio recitato e cantato contemporaneamente in modo credibile e con una presenza in scena ininterrotta per tutta la durata dell’Atto II.

Francesco Meli ha dimostrato significativi progressi rispetto a interpretazioni precedenti. Ha arricchito la voce di piani e pianissimi vellutati e tenuti a lungo come nella celebre aria “E lucean le stelle”. Tuttavia la sua azione scenica è risultata non ancora al livello del canto. Si pensi all’aria di esordio “Recondite armonie” cantata come se fosse a concerto, o al duetto della gelosia nell’Atto I e al duetto dell’Atto III “O dolci mani”. Pur con tali riserve il personaggio di Mario Cavaradossi, pittore e patriota, capace di sofferenze per lealtà nei confronti di Angelotti, console dell’ex Repubblica romana, fuggito da Castel Sant’Angelo e ricercato dal capo della polizia, emerge nel suo orgoglioso eroismo nel grido dell’Atto II “Vittoria, Vittoria”, due acuti perfetti e coinvolgenti.

Magia e bravure dunque alla Scala, in una serata che non sarà certo dimenticata.

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