russia e ucraina La falsa retorica libertaria

L’Ucraina rappresenta l’esperimento più concreto e tragico della costruzione di una nazione sulle macerie di un impero ottuso, totalitario e fondamentalmente ideologico. Dopo l’immenso disastro della implosione dell’impero sovietico nell’89, le nazioni che avevano una identità etnica, linguistica, di credo religioso, un passato di storia autonoma e una autonoma esperienza di costituzione, si allontanarono facilmente da quell’immenso fungo di polvere accecante che si sollevò dalle macerie dell’impero sovietico e si ricostituirono nelle loro rispettive identità. Ma chi di quell’impero ne aveva fatto parte privo di una sua propria identità culturale, storica e religiosa, chi aspirava a divenire nazione, senza avere coscienza di cosa voglia significare essere nazione in senso politico, etnico, linguistico, economico, si trovò irrimediabilmente coinvolto in un processo di ricostruzione di una nazione dal nulla. L’Ucraina fu la più colpita da quel tragico crollo. Incastonata tra la grande Russia e i Paesi che avrebbero aderito alla Ue, l’Ucraina si è sempre dibattuta tra un nazionalismo filo-russo e una vocazione filo-occidentale.

La sua stessa costituzione repubblicana è una sconclusionata miscela di presidenzialismo e di parlamentarismo. Dualismo mai risolto ed emergente a ogni elezione. A ogni elezione infatti la parte meridionale e quella orientale del paese, di lingua russa, votano in maggioranza per il candidato più vicino a Mosca. La parte occidentale e quella settentrionale di lingua ucraina, sono più vicine all’Europa centrale anche per ragioni storiche e votano tendenzialmente per i partiti di orientamento nazionalista. Benchè non sia possibile individuare una frontiera netta tra le due anime del paese, frontiera che è invece graduale e assai sfumata, è alla luce di tale dualismo che possono interpretarsi gli eventi anche più recenti.

Il candidato “filo-russo”, l’attuale presidente Yanukovich, è stato eletto presidente nel 2010 per la seconda volta non-consecutiva dopo le elezioni del 2004. Tra le due elezioni c’è stata la Rivoluzione arancione che ha portato al potere i candidati nazionalisti Viktor Yushenko e Julia Timoshenko. Quella “rivoluzione” nacque da un ampio e pacifico movimento di protesta per i risultati delle precedenti consultazioni elettorali, notoriamente e vistosamente manipolate e vinte da Yanukovich. Una vittoria che fu contestata in piazza Maidan, la quale divenne il simbolo di quella contestazione da cui emerse il governo Yushenko sull’onda di un entusiasmo falsamente libertario e ancor più ipocritamente riformista. Quella impropria e falsa rivoluzione enfaticamente definita arancione tuttavia fallì miseramente nei suoi obiettivi. Nè l’economia fu riformata, nè le alleanze internazionali univocamente definite, nè l’apparato produttivo ricostruito su un qualche modello comunque efficiente. Fu un fallimento su tutti i fronti, che esacerbò gli animi e li riportò nell’ovile del filo-russo Yanukovich, che nel 2010 fu rieletto. Personaggio inetto, reietto, più idoneo al baro che alla trattativa, ritenuto il mandante dell’avvelenamento del suo avversario alle politiche del 2010, Yanukovich ha cercato un incerto e mal concepito equilibrio tra russi ed europei, sperando di ottenere il massimo dall’uno e dall’altro senza tuttavia mai mettere in discussione l’alleanza con Mosca. Una alleanza più ideologica che pragmatica, inconcludente e sostanzialmente inutile, incapace com’era di favorire la crescita e lo sviluppo. Fu l’imperversare della crisi economica a convincere a uno approccio europeo gli onnipotenti e truci oligarchi e parte dell’establishment intorno a quello sciagurato Yanukovich: l’accesso all’area di libero scambio avrebbe forse giovato all’economia nazionale. Tale approccio non era però condiviso dal Cremlino, il quale per far fallire le trattative con l’UE promise di elargire miliardi di dollari. E di fatti le trattative fallirono, un fallimento che alimentò una protesta di pacifico delirio di folle incapaci né di definire degli obiettivi né di dotarsi di una organizzazione idonea.

I momenti della protesta

La protesta, una miscela di aspirazioni, aspettative e attese di anime diverse e difficilmente definibiliscoppiò quando Kiev decise di non firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea nel novembre 2013 e si sviluppò in tre momenti:

1) Il primo momento, iniziò quando il Governo sospese le trattative per l’Accordo di Associazione con l’UE, e si distinse per il suo aspetto pacifista fondato su una visione modernizzatrice dell’Ucraina come paese europeo. Un momento dunque filo-europeo.

2) Il secondo momento ebbe inizio poco dopo quando le forze speciali (i Berkut) ucraine sgombrarono con la forza Piazza Maidan durante una notte. In quella notte il pacifismo sparì assieme alle bandiere europee e l’obiettivo divenne l’opporsi alla mala gestione dell’arruffone presidente Yanukovich. Fu un momento violento, di impudico e insulso trasferimento dei poteri dal palazzo alla piazza nella forma più estrema e distruttiva.  Assunsero la guida progressivamente i gruppi d’opposizione più estremi, Svoboda e Spilna Sprava, che ordinarono l’abbattimento della statua di Lenin a Kiev, ordinarono l’orrendo pestaggio la Notte di Natale della giovane attivista e giornalista anti Yanukovich Tatyana Chornovol, decisero il rifiuto di ogni rapporto con l’UE e accolsero la proposta di accordo con la Russia per un prestito di 15 milioni di dollari. Un capovolgimento rispetto al primo momento, a favore dei filo-russi.

3) Il terzo momento è iniziato con i morti del 22 gennaio: la protesta diventa guerriglia urbana e l’obiettivo diventa la rimozione di Yanukovich ad ogni costo. Chi guida questa fase sono i guerriglieri, coloro che sono disposti a rischiare la vita per portare a termine il loro compito. Chiaramente le forze filo-europee nello scenario politico giocano un ruolo fondamentale, ma la situazione ha cancellato ogni logica politica. Durante ognuno dei tre momenti un’anima della protesta non ha escluso l’altra, e mentre gli estremisti assurgono alla ribalta continua la protesta, pacifica e talvolta silenziosa, della gente comune.

4) Il quarto momento è in corso ed è quello della fuga da Kiev del presidente Yanukovich e la sua delegittimazione da parte del parlamento; della liberazione di Julia Timoshenko; della richiesta di “perdono” da parte dei Berkut. Ma mentre il nuovo corso cerca di affermarsi, cominciano le proteste in alcune città a maggioranza russa che vedono il nuovo potere di Kiev come un colpo di Stato e un pericolo per le loro comunità.

Le responsabilità della politica ucraina

L’opposizione condivide con Yanukovich e il suo governo tutte le colpe, e forse ne ha di maggiori. Non ha saputo nè leggere la situazione nè comprendere le proteste né tanto meno guidarle. Impreparata non ha avuto proposte politiche concrete, nè ha espresso leader capaci di cogliere la gravità del momento e di rivedere il pensiero settario con cui avevano pensato di governare. Nemmeno la più illuminata dei leader Julia Timoshenko non è esente da colpe, pur avendo l’attenuante di essere stata reclusa per lungo tempo non per reati meritevoli di condanna ma per maneggi politici.

Le colpe di Yanukovich sono tante e immensamente gravi. Colpa è stata non l’avvicinamento alla Russia, che è una legittima scelta di politica internazionale, ma la gestione mafiosa e clientelare del potere. Un potere che si basa sugli oligarchi che lo finanziano e su squadracce di picchiatori: molti settori dell’economia sono stati infiltrati da uomini “d’onore” vicini al Partito delle Regioni, tetri figuri dediti alle violenze e alle intimidazioni. 

Questa situazione è divenuta insostenibile al punto che il supporto a Yanukovich è cominciato a venir meno anche da parte dei suoi elettori mentre i suoi oppositori non hanno dimenticato l’esperienza della Rivoluzione arancione.

Le responsabilità internazionali e il gioco geopolitico

L’Ucraina è sull’orlo del collasso economico, ma resta una pedina fondamentale dello scacchiere geopolitico internazionale e specialmente nei rapporti tra l’Europa e la Russia. I motivi della sua importanza sono molteplici.

1) il controllo dei gasdotti e la possibilità di influire sul prezzo del gas. Per la Russia è fondamentale controllare i gasdotti ucraini per consolidare la sua posizione di forza nella partita del gas con l’Europa. Per i paesi europei la sicurezza energetica dipende, oggi, in buona misura da Mosca.

2) lo sbocco sul Mar Nero, fondamentale per la Russia che non ha più porti dal pescaggio sufficiente ad ancorare la sua flotta mercantile e da guerra. Attualmente a Sebastopoli, in Crimea, si trova ancorata la flotta da guerra russa in base a un accordo firmato tra Yanukovich e Putin.

3) La Crimea è al centro degli interessi del Cremlino e le spinte autonomiste vanno viste come un tentativo di Mosca di tornare a controllare la regione. Il Mar Nero e l’accesso al Mediterraneo sono strategici per una Russia che voglia coltivare volontà di potenza. Senza l’Ucraina il peso geopolitico della Russia sarebbe ridotto, ragione per la quale gli Stati Uniti sono da sempre interessati alle vicende ucraine.

Il ruolo dell’Unione Europea

L’Unione Europea da anni annovera l’Ucraina nelle sue politiche di partenariato orientale e nel 2004, mentre a Kiev andava in scena la Rivoluzione arancione, dieci nuovi paesi (quasi tutti dell’est) aderivano all’Unione facendo dell’Ucraina un oriente ormai vicino. Quello che l’UE può offrire oggi all’Ucraina in crisi, è l’accesso al suo spazio di libero scambio che consentirebbe a Kiev di vendere le proprie merci senza barriere e dazi doganali. Nel novembre 2013 questa opzione è stata rifiutata e al momento da Bruxelles non possono fare altro. Rispetto alla Rivoluzione arancione del 2004, quando Javier Solana accecato da una illusione ottica si recò a Kiev per esprimere apertamente il sostegno dell’Unione alle proteste della Rivoluzione, oggi i rappresentanti di Bruxelles capeggiati  dalla Merkel sembrano incapaci di proporre una soluzione. Con deplorevole leggerezza e infantile visione politica hanno imposto un embargo alla Russia su suggerimento e sullo stile dell’imbelle Obama. Embargo cui la Russia ha risposto, come doveva prevedersi, con il blocco di tutti gli ordinativi emessi a favore dei paesi europei. Il danno per l’Italia è stato di 700 milioni di euro perduti. Un inutile massacro economico, causato da una politica estera europea pasticciona, incompetente, sparpagliata dominata più da interessi nazionali che da un superiore interesse collettivo per l’Ucraina, per la Russia e per la Ue. 

Le chiavi di lettura

Quello ucraino è un conflitto di conflitti. Quello cui si assiste in superficie, è uno scontro tra “piazza” e “palazzo”. Tuttavia non tutto il paese è rappresentato in quella piazza, dove molti sono gli elettori di Yanukovich. Più in profondità si trova una lotta tra clan oligarchici violenti, incapaci e rapaci, impegnati solo a scalzare chi sostiene Yanukovich ma certo di lui non migliori. Più in alto, molto sopra le teste dei protestatari, c’è la competizione geopolitica tra Russia e blocco euro-atlantico. Se si guarda alla società si trova invece una conflittualità tra nazionalisti, più o meno estremi, e “filo-russi”. Una conflittualità da non sottovalutare seppure non abbia finora prodotto violenze.

Una miscela dunque di interessi planetari, di corruzione criminale e di interessi nazionali economici spregiudicati e immensi e in costante contrapposizione. Tutto permette di pensare alla malvagità e alla disonestà di tutti. Tutto legittima l’accusa di una classe dirigente di governo o di opposizione, mafiosa e criminale. Ma nulla può essere motivato come risultato di un’ansia, di un limpido anelito di libertà, mai avvertito e mai espresso perchè del tutto sconosciuta.

L’intervento russo in Crimea è legale?

Nel 1921 la Crimea divenne una Repubblica socialista sovietica e solo nel 1954 Nikita Krushchev ne consentì l’annessione all’Ucraina. Fu una decisione osteggiata dalla popolazione che temeva di essere minoranza nella nuova repubblica. La scelta di Khrushchev rientrava invece nella logica sovietica di unire all’interno delle repubbliche socialiste diverse componenti nazionali, al fine di impedire a ciascuna di emergere e mettere in discussione il potere di Mosca. Con l’annessione della Crimea, a maggioranza russofona, l’Ucraina si trovava così divisa a metà tra popolazione russa e ucraina.

Nel 1991, all’indomani della caduta del regime sovietico, un accordo tra Kiev e Mosca sancì la permanenza della Crimea all’interno dello stato ucraino. Nel 1992 la popolazione della Crimea votò per l’indipendenza ma alla fine il governo locale decise di restare parte dell’Ucraina pur con uno status di “repubblica autonoma”. L’Ucraina, tuttavia, non è uno stato federale e la Crimea non ha mai goduto di effettive autonomie. Essa è pertanto parte integrante dello stato ucraino: una richiesta di secessione non avrebbe nessuna legittimità legale, così come Mosca non può rivendicare il possesso della Crimea dopo aver firmato con Kiev un accordo in senso contrario nel 1991.

L’accordo del 1991 che prevedeva che la flotta da guerra della marina russa potesse rimanere ancorata a Sebastopoli, è stato recentemente rinnovato fino al 2042. Secondo tale accordo l’esercito russo non può uscire dalle basi: farlo sarebbe un atto di guerra. E poichè il nuovo potere di Kiev ritiene valido l’accordo, la presenza della flotta russa a Sebastopoli non è stata messa in discussione.

Nel 1994 Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Ucraina firmarono il Memorandum di Budapest che sanciva l’inviolabilità della sovranità ucraina e vietava qualsiasi ingerenza economica o politica da parte dei firmatari, rivolta alla sottomissione del paese. Tale accordo non è mai stato rispettato: Mosca ha sempre tenuto Kiev nella sua orbita con la minaccia del gas (ingerenza economica) e dal 2004 ha distribuito passaporti russi ai cittadini ucraini di lingua russa, in Crimea come nel Donbass, a est del paese (ingerenza politica).

Di ingerenza politica sono in certa misura responsabili anche gli Stati Uniti che, almeno dal 2004, hanno manifestamente finanziato – attraverso una rete di organizzazioni non governative e fondazioni – i movimenti di opposizione al regime filo-russo di Yanukovich.

In ogni caso il Memorandum di Budapest è oggi carta straccia.

Gli argomenti di Mosca

Mosca usa tre diversi argomenti:

1) ”le truppe paramilitari non sono russe, non obbediscono al Cremlino. Sono milizie di autodifesa” – formalmente può essere vero ma è evidente che rispondono agli interessi di Mosca. Non solo: gruppi spontanei di autodifesa non potrebbero avere quel tipo di capacità organizzativa e armamenti, né una preparazione militare sufficiente.

2) “a Kiev è andato al governo un potere fascista il cui ultranazionalismo è un pericolo per i cittadini di origine russa” – esiste nella protesta di Kiev una “anima nera” rappresentata da gruppi ultranazionalisti. Nel governo essi ricoprono alcune cariche, benché marginali. È impossibile dire, al momento, quale sarebbe la linea di governo verso le minoranze non ucraine. Tuttavia parlare di “fascismo” è retorico e fuori luogo e testimonia la volontà del Cremlino di dare un connotato ideologico alla sua operazione. Il governo rappresenta tutte le forze dell’opposizione, tra cui gli ultranazionalisti, ma non è guidato da loro. È però un fatto che la legge a tutela delle minoranze sia stata cancellata dal nuovo parlamento.

3) ”Mosca ha il diritto di difendere la popolazione russa” – un diritto che si fonda su un abuso. In Crimea i filo-russi sarebbero davvero cittadini russi, poiché hanno il passaporto russo, ma questo è stato concesso senza un accordo con le autorità di Kiev. È evidente oggi come Mosca stesse – con quella mossa – preparando il terreno. Inoltre la popolazione russa in Crimea è poco più della metà del totale (58%, secondo il censimento del 2011).

La risposta occidentale

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno una sola risposta:

1) “la Russia ha stracciato tutti i trattati esistenti e tutte le regole del diritto internazionale, pertanto deve ritirare le truppe e riconoscere la legittimità delle aspirazioni di libertà del popolo ucraino” – Nella forma è corretto, nella sostanza non si può però dimenticare che il bombardamento di Belgrado e del Kosovo, come la guerra in Libia, furono condotte dalla Nato senza avvallo Onu. E la guerra in Iraq fu motivata con prove poi rivelatesi false, costruite ad arte da Washington. Le argomentazioni usate allora non furono dissimili da quelle usate oggi da Mosca: c’erano governi dittatoriali e occorreva proteggere le popolazioni. Intervento umanitario, dunque, simile a quello deciso oggi dal Cremlino.

In tutto questo l’Unione Europea ricopre un ruolo marginale: i paesi che la compongono non hanno nè la stessa opinione sul da farsi nè hanno molto da offrire. Certo anche l’UE ha fatto la sua “propaganda” insistendo sull’europeismo delle proteste anche quando era evidente che non lo erano. Ma oltre a questo, non è l’eminenza grigia che l’altra propaganda, quella anti-europeista, vuole descrivere. La recente intercettazione tra la Ashton e il ministro degli Esteri estone conferma l’estraneità di Bruxelles alle vicende ucraine, al punto che la Ashton, Alto rappresentante della politica estera dell’Unione, ha dovuto farsi informare dal ministro estone su quanto accedeva in quelle ore a Kiev.

La pericolosa propaganda etnica

Mosca insiste sulla tutela della popolazione russa di fatto calcando la mano sulle differenze “etniche” tra due gruppi che vengono presentati dalla retorica del Cremlino come contrapposti e irriducibilmente diversi. Non è vero. Se si guardano i morti durante le manifestazioni di Kiev, si trova chi veniva dalla Crimea e chi da Donetsk, anche se per ovvie ragioni la maggior parte erano cittadini di Kiev. Inoltre non esiste una linea di demarcazione culturale netta: molti ucraini sono di religione ortodossa, come i russi. Altri di confessione uniate (una fede di rito orientale ma di dottrina cattolica) a testimoniare come l’Ucraina sia un ponte tra oriente e occidente europeo. Anche linguisticamente gran parte della popolazione parla un misto di vocabolario russo combinato con la grammatica e la pronuncia ucraina (surzhik).

La retorica occidentale e la diplomazia divisa

Ma non dice il vero nemmeno la pelosa retorica del campo occidentale, fondata sul diritto alla libertà del popolo ucraino: anche quelli che manifestano a Kharkiv contro l’attuale governo, e hanno votato per Yanukovych alle scorse elezioni, sono cittadini ucraini. Non si è ancora certi che il nuovo corso rappresenti davvero le aspirazioni di tutto il popolo ucraino. E questo parlamento, va ricordato, è lo stesso che votò le leggi repressive contro i manifestanti di piazza Maidan volute da Yanukovych. Finché non si andrà a votare, il parlamento resta quello.

La situazione è quindi assai più complessa di come certe retoriche la dipingono. Il potenziale esplosivo c’è tutto ma tutto è confuso dalle opposte propagande. La diplomazia internazionale è all’opera in queste ore per trovare una soluzione. Germania e Italia fanno cospicui affari con il Cremlino, specialmente con la Gazprom (colosso energetico pubblico russo). La Gran Bretagna è pronta a un accordo ma gli Stati Uniti non sembrano disposti a infilarsi in un ginepraio così controverso. L’opzione di una spartizione dell’Ucraina, di cui si parla ormai da dieci anni, si sta facendo sempre più concreta.

Conclusioni

Tra tante retoriche è bene guardare alla vicenda ucraina con realismo politico. Un realismo che vede due “blocchi” contrapposti desiderosi di mettere le mani sulla preda ambita: della libertà degli ucraini o della sicurezza dei russi, non importa nulla né a Mosca né a Washington. L’Ucraina è fondamentale per la volontà di potenza russa, ed è per questo che Washington è interessata a spostarla nella sua orbita di influenza. Ed è per lo stesso motivo che Mosca non accetterà facilmente una Ucraina di campo occidentale, magari con basi Nato a poche centinaia di chilometri dalla capitale.

Nell’era moderna il dominio non si esercita solo con le armi: l’Ucraina è un paese in bancarotta. Il Fondo monetario internazionale è pronto a elargire prestiti che saranno condizionati, come è la regola, da precise garanzie politiche che Kiev dovrà dare. Garanzie non meno invasive di quelle che avrebbe dovuto dare accettando il denaro russo.

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