NON AVER PAURA DI CAMBIARE E CAMBIARE SENZA PAURA 

grilloVotare Sì vuol dire aver voglia di cambiare e non aver paura di farlo. Votare Sì vuol dire inserire il sistema politico italiano nella modernità costituzionale. Vuol dire riconoscere l’inattualità di una Costituzione e la sua inadeguatezza a permettere di governare una nazione immensamente differente da quella che la generò, connessa com’è in modo indissolubile ad altre economie, nazioni e ordinamenti statali. Gli ultimi decenni sono stati dominati da un europeismo debole rispetto alle sfide del tempo. Un europeismo teso a badare più a un profilo economico che a incastonare quest’ultimo entro grandi ragioni e valori, capaci di dare un senso più chiaro e più nobile alle scelte che si stavano compiendo. Quelle scelte che i padri fondatori affermarono e confermarono come necessarie a provare la meravigliosa forza creatrice di un’Europa unita. Una Europa dotata di obiettivi comuni, di visioni comuni, di politiche comuni, di strutture e infrastrutture comuni, anche a costo della rinuncia a parte della sovranità nazionale. Ma queste politiche sono mancate. Sono mancate per paure, per egoismi e chiusure, per semplicismo analitico, per la miopia delle élite dirigenti nel cogliere, con sagacia e lungimiranza, lo spirito del tempo. La Brexit ne ha dato testimonianza inoppugnabile. E tuttavia non si può non vedere che proprio la globalizzazione come processo in sé, per funzionare e disseminare i suoi benefici, necessita di decisioni rapide, di strutture di governo snelle, di classi dirigenti consapevoli e solerti nell’attivare strumenti nazionali e internazionali adeguati all’altezza dello scopo. Necessità che se non soddisfatte faranno della globalizzazione la ragion prima dell’aumento dei fenomeni di avversione populistica ormai evidenti e inquietanti. Occorre reagire, con intensità e senza ipocrisie, superando decenni di occasioni fallite e di speranze deluse. Decenni dissipati nel tempo a coltivare interessi di corto respiro piuttosto che a selezionare scelte consapevoli e lungimiranti per rendere migliori le nostre comunità. Senza falsi e queruli timori, occorre dotarsi di istituzioni più forti, istituzioni capaci di essere pilastri di autorevolezza. Occorre identificare luoghi dove trovare il senso dello stare insieme e del libero confronto oltre la fotografica rappresentazione delle stratificazioni sociali e politico-culturali, spesso artificiosamente esasperate in un groviglio di improvvisazioni e conflittualità. Luoghi dove trovare stabilità e governabilità politica per affrontare i problemi che il tempo del Nuovo Millennio pone, senza paura di decidere e senza paura delle responsabilità che ne conseguono. Per questo serve accelerare le politiche che inneschino riforme. Per questo serve cogliere l’occasione storica di superare l’accumulo di problemi lasciati irrisolti negli anni, indirizzando le società nel cambiamento che il tempo impone, dotandosi di nuovi strumenti politico-istituzionali nella consapevolezza che le comunità comunque grandi sono individualistiche e pericolosamente corrose dalle pesanti crisi economiche dell’ultimo decennio. Non è consentito permettere che la paura di cambiare abbia il sopravvento sulla necessità del cambiamento. Quando la fiducia e la speranza nelle società sono perdute, occorre ripartire dall’essenziale. E per gli italiani l’essenziale è ricostituire le condizioni istituzionali che nel 1948 permisero a una nazione stremata e povera di rinascere e rifiorire. Ricostituire per rinascere avendo presente oltre al cammino già fatto, anche la nuova composizione della società civile, i nuovi diritti, le nuove e urgenti priorità. Per questo è necessaria una diversa Costituzione che non sia più ostacolo ma impulso allo sviluppo. Per questo occorre dire Sì all’incombente referendum sulle riforme. Un referendum per cambiare, un referendum per decidere, un referendum per ammodernare. Dunque, che si mettano da parte gli eccessi semplificatori, le scorciatoie intraprese in modo energico, i falsi convincimenti inclini a farci ritenere abitanti di un mondo guasto, fatto di populismo e antipolitica. Il tempo è quello di un confronto sulla Costituzione, un confronto alto, puntuale. Un confronto decisivo per i prossimi decenni dell’Italia. Un confronto sul merito, che riscoprendo la nostra Costituzione e i suoi valori, la adegui al tempo di oggi. Un confronto che convochi a una scelta civile, prima che politica, trovandosi di fronte a una grande opportunità di educazione civica, capace di riscoprire e rafforzare le ragioni che pur nella diversità, ci uniscono nel coro di un solo Inno e al garrire di una sola Bandiera. L’instabilità che domina il mondo, rivela quanta forza possa sprigionare un paese che si ritrova unito nel cambiamento delle sue istituzioni e nel ridefinire i valori e l’efficienza. Perciò tramite un SI al referendum, occorre dimostrare a noi e a un’Europa ormai ingovernabile, che il NO comunque e su qualunque proposta non basta e non premia. È possibile trovare una strada civile, democratica e di popolo, perché il destino collettivo non sia il ritorno a periodi oscuri dalla quale si è forse lontani, non sia l’accelerazione, ma l’arresto del declino, perché il declino non è inevitabile. Per evitarlo la bussola l’abbiamo, l’occasione storica altrettanto.

La pietosa, irrisoria figura del sig. Gustavo Zagrebelsky, spocchioso tribuno della moralità borghese, sommo profeta del Nulla, inutile attrezzo di una cultura sepolta dalle sue stesse incongruenze, nel dibattito col Presidente del Consiglio, ha provato la insussistenza o almeno la fragile pretestuosità degli argomenti dei sostenitori del NO. Verrebbe da dire che se gli argomenti a favore del NO sono quelli apportati dal fasullo primo firmatario di quell’osceno club di miliardari che è Libertà e giustizia, allora converrebbe votare Sì senza remore. Ma essendo Zagrebelsky ormai una larva insignificante per decidere Sì o NO occorre esaminare le proposte di modifiche che sono oggetto del referendum, piuttosto che dare ascolto alle sue miserevoli contraddizioni. Per questo ho cercato di approfondirne gli aspetti essenziali, tralasciando tutto quanto rientra nel perimetro delle opinioni e cercando fino allo spasimo le proposte di modifica e le relative argomentazioni. Ho ignorato l’ITALICUM, proposta di legge elettorale, non perché priva di significato e di importanza ma perché non oggetto del referendum e non definitiva. Vorrei invece approfondire gli aspetti della riforma decisamente più rispondente alle esigenze di snellezza, di bilancio, di rapidità decisionale, imposte allo Stato italiano nella attuale sovrabbondanza di centri decisionali, nella sua stratificazione sociale, nella sua geografia, nel suo sviluppo verso una occupazione ad alta intensità intellettiva. Non dirò che la riforma proposta sia perfetta. Dirò invece che quella vigente inspiegabilmente eterna, miscela di ideologie in parte mutuate dalla Costituzione sovietica del 1936 (Titolo I) e in parte alla dottrina sociale della Chiesa, ha provato la sua inadeguatezza a fronte delle tante e tanto profonde mutazioni intervenute nel tessuto culturale, sociale ed economico dell’Italia. A fronte di tale consunzione della legge fondamentale dello Stato, era e resta necessaria una sua revisione, in alcuni punti almeno che intendo ora esaminare.

Fine del Bicameralismo Perfetto. Il Parlamento continua ad articolarsi in Camera dei deputati e Senato della Repubblica, ma i due organi hanno composizione e funzioni differenti. Solo alla Camera, che rappresenta la Nazione e resta composta da 630 deputati, spettano la titolarità del rapporto di fiducia al Governo, la funzione di indirizzo politico e il controllo dell’operato del governo. Il Senato rappresenta invece le istituzioni territoriali.

Il Senato. I nuovi senatori si riducono da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale. I membri del nuovo Senato saranno scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, secondo modalità che verranno stabilite con legge apposita. I 5 senatori di nomina presidenziale non saranno in carica solo 7 anni e non potranno essere rinominati. Resteranno invece senatori a vita gli ex presidenti della Repubblica. La conservazione di almeno 100 senatori invece della totale eliminazione del Senato, è dovuta al disposto dell’Art.57, il quale statuisce che “il Senato è eletto a base regionale”. Restando pertanto le Regioni non potevano annullarsi i suoi rappresentanti. Il dilemma era o via il Senato e dunque via le Regioni, oppure restando le Regioni dovevano rimanere i loro rappresentanti. Come di fatti è. Scelta oculata in quanto la eliminazione delle Regioni congiunta a quella prevista delle Province, avrebbe creato un vuoto di potere tra Governo Centrale e Governo dei Comuni, che avrebbe accresciuto pericolosamente il potere centrale.

Immunita’ e Indennita’. La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti. A essi resta l’immunità parlamentare come ai deputati, ma nessuna indennità aggiuntiva a quella spettante loro in quanto sindaci o membri del consiglio regionale. Resta invece l’indennità per i senatori a vita. Con la fine del bicameralismo la riforma costituzionale ridisegna le competenze delle due Camere.

La funzione legislativa è esercitata collegialmente dalle due Camere solo per

  • le leggi costituzionali,
  • i referendum popolari,
  • le leggi elettorali,
  • i trattati internazionali
  • le norme attinenti i territori.

Le altre leggi sono approvate solo dalla Camera.

Ogni disegno di legge approvato dall’Aula di Montecitorio è trasmesso al Senato, il quale su richiesta di 1/3 dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Successivamente a maggioranza assoluta esso può proporre modifiche del testo, sulle quali la Camera dovrà pronunciarsi in via definitiva anche qui a maggioranza assoluta dei componenti. Con tale procedura si eliminano le dispendiose dispute derivanti anche dalla diversa composizione politica della Camera e del Senato, ma non si estromette del tutto quest’ultimo dal processo legiferante. La clausola che basta 1/3 dei senatori per richiedere l’esame di un disegno di legge, garantisce la possibilità di proposta da parte dell’opposizione.

Referendum Propositivi. Si introducono in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo, benché spetti alle Camere collegialmente varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione.

Presidente della Repubblica. Cambia il quorum per l’elezione del Capo dello Stato. Nelle prime tre votazioni esso resta pari ai 2/3 (487) dei 730 componenti l’Assemblea. Dalla quarta si abbassa a 3/5 (438) dei componenti dell’Assemblea e dalla settima si riduce ulteriormente ai 3/5 dei votanti non più dei componenti. Come si vede nella elezione del Capo dello Stato l’opposizione è decisiva. Si immagini infatti che i 730 componenti l’Assemblea siano per il 55% (401) della maggioranza e per il 45% (329) dell’opposizione. In una assai probabile situazione del genere la elezione non sarà possibile senza il contributo della opposizione. Circostanza invece verificatasi con l’elezione di Mattarella, in virtù dell’Art. 83 della Costituzione che dopo il terzo scrutinio riconosce legittima la elezione del Capo dello Stato con la sola maggioranza assoluta. Dunque la nuova Costituzione esige il coinvolgimento delle opposizioni nella elezione del Presidente della Repubblica, contrariamente da quanto previsto dalla attuale Costituzione.

Alla Camera viene fatto obbligo per la prima volta di redigere e approvare lo Statuto delle Opposizioni. Viene introdotta cioè una nuova disposizione che attribuisce ai regolamenti parlamentari la garanzia dei diritti delle minoranze alla Camera e al Senato. Si intende con tale Statuto evitare che a fronte di un disegno di legge vi siano emendamenti infiniti, ostruzionismi oratori, con conseguenti, frequenti e inquinanti voti di fiducia da parte del Governo. Trattasi di una innovazione fondamentale che esclude maratone oratorie e blindature dei disegni di legge.

TITOLO V. Viene soppressa la competenza concorrente, con una redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza regionale. Viene introdotta una ‘clausola di supremazia’, che consente alla legge dello Stato, su proposta del Governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’interesse nazionale. Così se nell’attuazione di piani di investimento intervengono diverse regioni, vedasi la TAV, le autostrade, le infrastrutture multiregionali, le quali non raggiungono un accordo, allora il Governo può invocare la “clausola di supremazia”.

Abolizione del Cnel e delle Province. Viene integralmente abrogato l’articolo 99 della Costituzione che prevede, quale organo di rilevanza costituzionale, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL). In sostituzione è prevista la nomina di un commissario straordinario, cui affidare la gestione della liquidazione e della riallocazione del personale presso la Corte dei Conti.

Abolizione delle Province. Sono abolite le elezioni provinciali, non vi saranno più consiglieri, mentre i dipendenti attualmente in forza saranno trasferiti ad altri organi della Pubblica Amministrazione, riducendo così l’insufficienza di organico sdegnosamente lamentata dalla stessa.

Giudizio Preventivo sulle Leggi Elettorali. Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale, su ricorso presentato da almeno 1/4 dei componenti della Camera dei deputati. In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la legge non può essere promulgata.

Da quanto sopra si vede che i poteri sia del Presidente della Repubblica, sia del Presidente del Consiglio non sono assolutamente accresciuti. Fatto di enorme importanza in quanto demotiva ogni timore di deriva autocratica od oligarchica.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook